L’ortodossia LGBT+ mostra le sue crepe

Nel Regno Unito fa capolino il dissenso ai diktat dell’ideologia di genere

la bandiera britannica

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Nel volgere di un decennio l’onda del movimento transgender ha investito l’Occidente fiacco e relativista come una tempesta. Negli Stati Uniti d’America e in tutta Europa, Italia compresa, l’ideologia di genere, con i propri dogmi assoluti, si è infiltrata nelle scuole, ha modificato la lingua e il linguaggio dei media, ha permeato di propaganda per tutte le età l’industria dello spettacolo. Ha contrabbandato la bugia delle «stupratrici», ha zittito le donne che non si sono piegate ai suoi diktat, ha usurpato i ruoli e gli spazi femminili nel silenzio persino delle femministe, ha conculcato la libertà religiosa delle persone con accuse fittizie di omofobia, ha convinto bambini e ragazzi, ma specialmente ragazze, di essere nati nel corpo sbagliato.

«Un’industria medica è sorta quasi dall’oggi al domani per rimediarvi, fornendo doppie mastectomie, interventi chirurgici per il cambio di sesso e bloccanti ormonali per trasformare le persone in chi pensavano di essere», scrive Jonathon Van Maren, autore e redattore di The European Conservative, trimestrale di filosofia, politica e arte. «Improvvisamente, i genitori si sono trovati di fronte a ragazze che insistevano sul fatto di essere ragazzi e ragazzi che insistevano sul fatto che fossero ragazze, e tutti dicevano loro di andare alla nuova clinica gender per prendere i farmaci e le cesoie di cui i loro figli avevano bisogno».

Vi è però qualche timido segnale di ribellione all’oppressione di questa nuova ortodossia.

Keira Bell e la Tavistock

Nel Regno Unito, per esempio, lo dimostra il caso ormai noto di Keira Bell, che dopo aver avviato un percorso di de-transizione ha portato in tribunale la clinica Tavistock, specializzata in interventi per il cambio di sesso, con l’accusa di aver approfittato della sua confusione adolescenziale di ragazza che si “pensava” ragazzo e averle rovinato la vita con ormoni e mastectomie. Keira Bell ha vinto la causa. «Con orrore del movimento trans, i giudici hanno stabilito che i bambini sotto i 16 anni non potevano dare il consenso ai bloccanti della pubertà e le cliniche che prescrivono questi farmaci a ragazzi di 16 e 17 anni potrebbero aver debbono ottenere il permesso dai tribunali», scrive ancora Van Maren. Successivamente, purtroppo, «[…] una corte d’appello ha ribaltato la sentenza e la Bell ha chiesto il permesso per portare il suo caso alla corte suprema. Il futuro di migliaia di bambini è in bilico». La superficie, però, si è incrinata e il caso Bell costituisce comunque un precedente importante.

A partire dal 2020, fra l’altro, gli scandali che hanno investito la Tavistock e altre cliniche per la transizione di genere hanno finalmente trovato eco anche sui media ufficiali.

Stop alla “autoidentificazione”

Ugualmente nel 2020, inoltre, il governo del Regno Unito ha annunciato uno stop alla possibilità di “autoidentificazione”, che avrebbe consentito alle persone che si considerassero affette da «disforia di genere» di cambiare la propria identità sessuale attraverso una semplice dichiarazione legale, invece di attendere il Gender Recognition Certificate, cioè la certificazione ufficiale, da parte del Gender Recognition Panel. Gli attivisti LGBT+ vi hanno visto «un duro colpo per i diritti LGBTQ», temendo altresì l’intiepidirsi della simpatia dell’opinione pubblica nei confronti di tali supposti “diritti”.

Sempre in Gran Bretagna, nel 2021, Maya Forstater, licenziata e processata per aver detto in un tweet giudicato “omofobo” che i sessi sono due, successivamente è stata reintegrata dopo che, anche in questo caso, il tribunale le ha dato ragione.

Stonewall e la BBC

In ottobre il portale di informazione Vice ha riferito che l’emittente radiotelevisiva nazionale, la BBC, aveva in programma di ritirarsi dal programma «Diversity Champions», gestito dall’organizzazione pro-LGBT+ Stonewall, progettato per aiutare le aziende a diventare più “inclusive” e «[…] per garantire che tutto il personale LGBT+ sia accettato senza eccezioni sul posto di lavoro». La BBC starebbe tagliando i legami con la Stonewall per apparire maggiormente imparziale. In novembre, dopo aver affermato che per via dell’atmosfera in azienda avevano l’impressione di “lavorare per il nemico”, parte del personale LGBT+ della BBC ha lasciato il posto, e qualcuno ha dichiarato “non mi sento più al sicuro come persona LGBT+ all’interno dell’organizzazione”. 

Nel corso dell’anno anche la Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, il Gabinetto del governo britannico e l’autorità di regolamentazione dei media del Regno Unito (OFCOM) hanno interrotto i loro legami con la Stonewall e il suo programma. 

«La risposta isterica di molti attivisti LGBT rivela qualcosa di importante: sanno che stanno perdendo la presa sulla narrativa. L’incantesimo è stato spezzato, le critiche si fanno sempre più forti e il controllo che volevano disperatamente evitare sta crescendo», conclude Van Maren.

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