Last updated on Gennaio 28th, 2020 at 05:55 am
Oggi si vota in Emilia-Romagna, un territorio di quasi 22.500 chilometri quadrati per poco meno di 4,5 milioni di abitanti. I dati diffusi dal ministero dellāInterno una quindicina di giorni fa indicano in 3.508.332 i cittadini che hanno diritto al voto, di cui 1.704.295 uomini e 1.804.037 donne.
LāEmilia-Romagna non ĆØ una regione, ĆØ un mondo. Anzi, più mondi. Ci sono tante āRomagneā (come si usava dire un tempo), ma ci sono anche tante āEmilieā, in un Paese, del resto, il nostro, che non ĆØ lāItalia, ma āle Italieā. Il Paese dei mille campanili, certo, ma non ĆØ un fatto solo, un poā banale, di campanilismi. LāItalia ĆØ un Paese variegato e composito, lo sanno tutti, lo percepiscono per primi gli stranieri che ci fanno visita. Ć, lāItalia, un Paese mosaico e pure puzzle, cioĆØ un enigma, giustapposto alla bellāe meglio eppure, paradossalmente, a modo proprio, unitario. Di questa Italia fatta cosƬ le āEmilieā e le āRomagneā sono un pezzo significativo, altamente rappresentativo.
Di forte tradizione cattolica, le āEmilieā e le āRomagneā si sono accompagnate alle ideologie più diverse, tutte, senza soluzione di continuitĆ , dallāuna allāaltra, tanto per non lasciarsi mancare nulla. Il retaggio papalino ha lasciato quindi posto al risorgimentalismo, al neogiacobinismo, al fascismo, allāanarchismo, al progressismo e al comunismo. In anni più recenti, fallito storicamente il comunismo, la āregione rossaā si ĆØ data in pasta al post: al post-comunismo, forse persino alla post-modernitĆ , anche al posticcio. LāEmilia-Romagna si ĆØ lasciata alle spalle la triste ereditĆ comunista, ma per il futuro, e per il presente, naviga a vista. Come lāItalia intera, come tutte āle Italieā. Naviga, e più spesso vaga.
Il post ha preso quindi il volto di un nuovo che mescola retaggi ideologici più meccanici che sostanziali, abbondanza, edonismo. Hanno fatto la fine, le āEmilieā e le āRomagneā, di molto di quel mondo, che, uscito dallāincubo del comunismo, si ĆØ ritrovato per le mani la libertĆ e, forse disabituato, non ha saputo che farsene, dunque ne ha fatto di tutto.
Bene inteso, non è colpa della libertà . Nessuno rimpiange il comunismo e i suoi orrori, comprese le sue brutture in Italia. Ma nondimeno è un dato di fatto. Si è pensato insomma che libertà significasse fare quel che si vuole, smontare tutto, prendere tutto o lasciare tutto. Chiunque sa che non è così. Anche chi dice, infatti, che della propria vita si può fare quel che si vuole, persino sopprimerla a piacimento, non ha infatti alcuna intenzione di vedersi negare questa libertà di assurdo.
Ma noi coltiviamo un senso della libertĆ diverso, più alto, se non ĆØ spocchioso il dirlo. Una libertĆ che ĆØ fare quel che si vuole solo perchĆ© quel che si vuole ĆØ quel che si deve, e quel che si deve ĆØ quel che si vuole perchĆ© ĆØ quel che vale, quel che ĆØ opportuno, importante, giusto. Persino buono, addirittura bello. Non una costrizione autoindotta, una gabbia dorata, una second natura che la mattina ci si infila come una divisa: bensƬ un senso più profondo e nobile delle cose, compreso lāessere umano, la vita umana, lāumano in cui siamo totalmente immersi epperò mai solo umano nĆ© tantomeno troppo umano.
Il “sondaggio da poveri”
Le elezioni non sono la fine del mondo, e nemmeno lāinizio. Vanno e vengono. Si perdono, si vincono, si stravolgono, talora si sottraggono ai cittadini. Sono però un passaggio nodale del reale in cui tutti viviamo. Come qualcuno diceva, sono anche il sondaggio dei poveri, quello che si può permettere chi non può commissionare indagini a costosi istituti di ricerca.
Attraverso questo āsondaggio da poveriā si ottiene il polso di una situazione, di un territorio, di un ambiente. Non sono oro colato, i risultati elettorali, ma dei buoni suggeritori che indicano.
Le āEmilieā e le āRomagneā non sono più rosse da tempo. Non lo sono nella realtĆ , al di lĆ di chi vince le elezioni regionali. Il passaggio elettorale di oggi confermerĆ o smentirĆ questa lettura. Come che sia, qualcuno domani governerĆ lāEmilia-Romagna. La politica ĆØ lāarte di amministrare il consorzio umano per il bene comune. SƬ, ĆØ una formula in cui oggigiorno ognuno mette dentro quel che vuole. Ma resta vero.
E poi c’ĆØ la Calabria, o “le Calabrie”, dove oggi pure si vota, e dove nemmeno lƬ la posta in gioco ĆØ diversa.
Ora, la politica non mette mai in campo, tanto meno in pendenza di elezioni, le questioni nodali del vivere associato: la vita, per esempio. SƬ, siamo arrivati a un punto della nostra civiltĆ in cui difendere il semplice poter stare al mondo diventa oggetto di contenzioso, di litigio, di divisione. CāĆØ qualcuno che ama infatti più la morte che la vita. Lo si vede con lāaborto, con lāeutanasia, con la sperimentazione sugli embrioni umani. CāĆØ chi ama più la distruzione che la difesa della famiglia naturale. La politica non ne parla mai, se non in senso negativo. Lāargomento non sfiora la politica se non per affermare il gaio nichilismo di chi pensa che la politica debba essere soltanto la registrazione pedissequa dei capricci, dei desideri, delle ubbie dei cittadini, consentendo loro ogni e qualsiasi cosa, anzitutto e soprattutto quella libertĆ che non ĆØ affatto libertĆ .
Sennò la politica tace. Alla vigilia delle elezioni un pool di associazioni che hanno a cuore vita e famiglia come dimensione prima del vivere associato, dunque della politica, si ĆØ rivolta agli elettori e ai candidati chiedendo che anche oggi, nellāEmilia-Romagna al voto, vita e famiglia siano messi al centro. In Emilia-Romagna pende la questione delle diagnosi prenatali e la questione dellāutero in affitto. La politica non vuole parlarne, ma noi sƬ, augurando a noi, agli emiliani, ai romagnoli, ai calabresi e agli italiani che vinca chi un poā di orecchio in più vorrĆ prestarcelo.













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