Quella razza maledetta dei non-nati

Ignorare l’olocausto dell’aborto significa sacrificare ancora gli ebrei

Il campo di sterminio di Birkenau

Il campo di sterminio di Birkenau. Image from Pixy

Last updated on Gennaio 28th, 2021 at 01:05 pm

Oggi è il Giorno della Memoria. Oggi è un giorno ipocrita. È come se, anno dopo anno, la nostra retorica assuefatta spingesse sempre più giù, nella melma del campo di sterminio, il senso di quel che accadde in misura direttamente proporzionale a quanto vantiamo in pubblico la nostra lacrimevole solidarietà. Diciamo «Mai più» solo per poterci cullare nella nostra cecità. Più infatti si ripete «Mai più» e più accade di nuovo. Sì accade, non solo accadde.

Il Segretario di Stato americano uscente, Mike Pompeo, è uomo coraggioso di tante battaglie fondamentali. Ne ricordo una, che per molti versi è la madre di tutte le sue battaglie importanti: la Commissione per ripulire il concetto di «diritti umani» e restituire senso a una espressione purtroppo usurata. Ebbene Pompeo ha ceduto il posto al proprio successore ‒ che probabilmente non sarà altrettanto solerte quanto a bonifica di ciò che diritto umano non lo è affatto ‒ con un testamento politico straordinario. Ha definito «genocidio» il massacro premeditato ed efferato che il regime neo-post-nazional-comunista cinese perpetra sistematicamente contro gli uiguri nello Xinjiang (e il successore designato di Pompeo, Antony J. Blinken, ha annuito).

Il primo dei guai causati dalla Shoah sono i milioni di morti che essa ha mietuto nella prima metà degli anni 1940. Il secondo è l’avvelenamento della nostra coscienza. Se il mondo non ha più occhi per vedere i genocidi che dalla prima metà degli anni 1940 si sono succeduti, come può onorare davvero i martiri della Shoah? Se il mondo non ha più occhi per vedere tutti i genocidi causati dalla lucida follia ideologica dell’uomo ‒ da quello degli armeni, finalmente riconosciuto, alla Vandea e all’Holodomor, ancora misconosciuti ‒ come può onorare davvero gli ebrei falcidiati dai nazionalsocialisti?

L’oggetto del mio prossimo libro, quello che probabilmente non avrò mai il tempo di scrivere, è la descrizione di ogni manifestazione storica del socialcomunismo come nazionalsocialismo: vale a dire la storia della dottrina sociale di quella madre di tutte le ribellioni che ebbe luogo nell’Eden cui diamo il nome di «socialismo» come staffetta fra sovranismi nazional-bolscevichi verso l’abbattimento, un pezzo dopo l’altro, dell’esistente onde rifarlo alternativo. Il «socialismo come fenomeno storico mondiale», lo definisce il matematico russo Igor’ R. Šafarevič (1923-2017): alimentando la doverosa istruttoria del caso attraverso la grandiosa lezione sul progresso storico dello gnosticismo, impartita dal filosofo tedesco-americano della politica Eric Voegelin (1901-1985), si potrebbe finalmente imparare a chiamarlo «Ur-Socialismo». Così faremmo tra l’altro finalmente scoppiare anche la bolla di sapone dell’«Ur-Fascismo», soffiata dal semiologo Umberto Eco (1932-2016) per gonfiare il teatrino del social-fascismo e, non vedendosi i fili, assolvere ogni altro socialismo.

Essendo le dottrine sociali corrispondenti alla verità della natura umana l’ostacolo maggiore al suo avanzare storico, la vittima designata del mostro ur-socialista è da sempre l’uomo. È in questo modo che sorge l’idea di «genocidio», i genocidi storici essendo forme successive dell’unico antropocidio. L’uomo viene cioè aggredito per famiglie onde distruggere, famiglia umana dopo famiglia umana, l’intero genere umano.

Un pensiero mi è caro da tempo. La Shoah è un genocidio unico. Perché ogni genocidio è in se stesso unico. E a genocidio unico continua a seguire genocidio unico perché l’uomo continua a non saper più affrontare la realtà del genocidio. L’unicità della Shoah continuerà a essere svilita e il Giorno della Memoria a essere ipocrita fino a che non saremo in grado di affrontare la realtà antropocida che è la matrice di tutti i genocidi unici di cui la storia è stata costellata e continua a esserlo.

Scomodare la parola «genocidio» dallo scranno politico più importante e influente del mondo (perché talvolta il Segretario di Stato americano ha di fatto più potere persino del presidente degli Stati Uniti) come ha fatto Pompeo è gravissimo, secondo l’etimo dei nostri padri latini. Lo è perché torna ad assegnare agli uomini il compito del «Mai più».

La parola «genocidio» è un termine tecnico fragile, che va maneggiato con cura. Non si applica a pioggia a ogni efferatezza umana, bensì solo ai piani scientifici di sterminio di intere famiglie umane, orditi e attuati con massimo efficientamento delle possibilità. Famiglie umane identificate per appartenenza etnica, culturale o religiosa. Oggi la scienza giuridica applicata alla teoria e alla pratica dei genocidi si sta seriamente impegnando per esplicitare un tratto sinora forse non adeguatamente considerato del concetto-definizione di «genocidio» che è patrimonio del Diritto internazionale sin da quando il giurista polacco Raphael Lemkin (1900-1959) coniò quel neologismo: è la nozione di genocidio “freddo” intesa come la persecuzione diretta contro i gruppi umani allo scopo di annientarne i tratti identitari per cancellarne proattivamente il futuro.

È quanto affermano studiosi accademici come Maria Cheung, David Matas, Richard An e Torsten Trey in un articolo decisivo pubblicato su Genocide Studies and Prevention: An International Journal, organo dell’International Association of Genocide Scholars, affiancati dalla studiosa britannica Kate Cronin-Furman, docente di Diritti umani nel Dipartimento di Scienze politiche dello University College di Londra, su Foreign Policy.

«Genocidio» resta quindi un concetto tecnico applicabile solo in un numero preciso di casi, ma quei casi sono numerosi. Si moltiplicano. Aumentano quante più sono le famiglie umane che vengono colpite, sia in modo “caldo” mediante lo sterminio fisico oggi, sia in modo “freddo” mediante la negazione del futuro.

Mentre si moltiplicano le filosofie che individuano nel genere homo un virus nemico del wildlife, l’«Ur-Neomalthusianesimo» si afferma come epifania estrema dell’«Ur-Socialismo». L’uomo è il male che viene sacrificato sull’altare del potere-che va-obbedito, lo Stato e i suoi clienti o un sovra-Stato fatto solo da quei clienti. Come insegna la fantascienza, alter ego della profezia, almeno da Æon Flux (2005) di Karyn Kusama al capolavoro di Christopher Nolan Tenet (2020), il sogno gnostico dell’«Ur-Socialismo» non è tanto rifare il mondo, bensì creare l’homunculus nuovo sulle ceneri, letteralmente, dell’uomo sbagliato esistente. Il Giorno della Memoria resterà ipocrita fino a quando primo non ci saremo arresi all’idea che ogni genocidio di una famiglia umana è unico e irripetibile poiché ogni essere umano è unico e irripetibile, secondo che tutti i genocidi concorrono all’unico e irripetibile antropocidio. Come dimostra alla perfezione la lotta alla vita umana che ha mietuto e miete il numero più alto di vittime della storia, quantificabile in decine e decine di milioni: l’aborto, tanto antropocidio “caldo” per via chirurgica palese o per via farmacologica travestita, quanto antropocidio “freddo” quando diventa cultura condivisa, opinione comune e “diritto”. Ignorare l’olocausto antiumano dell’aborto significa sacrificare ancora gli ebrei.

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