RU486, la 194 sul banco degli imputati

La sua integrale iniquità in vigore da oltre 40 anni porta dritto all’aborto inteso come diritto. Come fanno le linee guida del ministro Speranza

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«In quanto medico, io mi batto dalla parte della vita e non della morte, e la pillola abortiva che uccide i bambini è cattiva come ogni aborto. Ciò che io auguro di tutto cuore è che la guerra chimica non abbia luogo, perché si tratta di un prodotto che ha una tossicità specifica per gli esseri umani a un certo stadio di sviluppo. Essa impedisce al bambino di sopravvivere. È precisamente un veleno specifico, direi anzi, che è il primo pesticida antiumano, ed io in quanto medico non posso accettare un pesticida antiumano». Così si espresse il genetista francese Jérôme Lejeune (1926-1994) nel corso di un dibattito televisivo che lo vedeva tête-à-tête con Étienne Balieu, l’inventore della cosiddetta pillola RU486 (il dibattito è riportato su Sì alla vita, notiziario del Movimento per la vita italiano, del febbraio 1989).

Queste parole sono quanto basta per inquadrare la gravità delle recenti linee guida del ministero italiano della Salute riguardanti l’«interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine», cioè con la RU486 commercializzata con il nome di Mifegyne.

Come è noto, le novità introdotte ‒ assenza di ricovero e possibilità di praticare l’aborto farmacologico fino alla nona settimana di gestazione ‒ sono rispondenti a istanze ideologiche e utilitariste che non tengono conto né del bimbo che vive e cresce nel grembo della propria mamma, né della mamma. Molto in questi giorni si è scritto a proposito dell’inganno che accompagna le due novità, e in generale il dibattito si è concentrato sul tema della necessità di mantenere un regime di sorveglianza medica per non lasciare sola la donna a gestire gli effetti avversi che la RU486 ha sulla sua salute.

Ma, allora, l’aborto “va bene” solo si pratica nelle strutture pubbliche o autorizzate dalle regioni come previsto dall’art. 8 della Legge 194? E poi che rapporto c’è tra la RU486 e la legge sull’aborto?

L’aborto non va mai bene, dato che si tratta dell’uccisione di un essere umano privo di qualunque possibilità di difesa, ed è raccapricciante che sia considerato un «servizio pubblico e gratuito» offerto dalla collettività. Lo Stato di diritto, quello democratico e civile, quello che vuole fondarsi sull’autentica cultura dei diritti umani, dovrebbe mettere infatti la propria forza a servizio dei più deboli e non farsi complice della loro eliminazione. Inoltre, come recita il titolo di un articolo di Paola Lazzarini Orrù, pubblicato su Avvenire il 12 agosto, «non è certo l’ospedale che fa meno duro l’aborto».

Le linee guida ministeriali sono state presentate come «un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194». Si replica che, invece, la 194 è ignorata, perché essa ha rifiutato la privatizzazione dell’aborto, strutturato, appunto, come servizio pubblico e gratuito e ‒ stando alla lettera ‒ non come diritto, volendo così tutelare la salute della donna. Dunque il rispetto della legge imporrebbe la garanzia del ricovero dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del figlio.

Ora, è comprensibile che nell’immediato si faccia riferimento alla 194 come scialuppa di salvataggio di fronte all’incombente deriva della banalizzazione dell’aborto. Ma è necessario che su tutta questa faccenda l’attenzione si faccia più vigile e profonda. Ed è proprio la 194 sul banco degli imputati.

La sua integrale iniquità in vigore da oltre 40 anni – non è un caso che le parti della legge che manifestano una tenue preferenza per la nascita siano state puntualmente disattese ‒ ha alimentato quella mentalità abortista che rifiuta lo sguardo sul concepito. Nel corso di questi decenni, più volte si è denunciata una “cattiva applicazione e interpretazione della legge” senza tenere conto, però, che le premesse di tale applicazione/interpretazione sono già tutte contenute nella 194. Non ne ha fatto mistero neanche la Corte di Cassazione, quando, nella sentenza 14979 del 2013, ha detto che «il diritto di aborto è stato riconosciuto come ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna».

Per questo l’aborto, come osserva giustamente il vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, Alfredo Mantovano, «in spregio alla lettera della 194, è diventato da subito una prestazione a richiesta, doverosa da parte del sistema sanitario pubblico, e uno strumento per il controllo delle nascite, come attestano gli oltre 6 milioni di IVG “legali” realizzate fino a tutto il 2018: un contributo non marginale all’inverno demografico che attanaglia l’Italia».

Occorre dunque estirpare alla radice la mentalità abortista che pretende di agire come se il concepito non ci fosse o comunque non fosse un essere umano a pieno titolo. Infatti, Balieu, il medico francese che mise a punto la RU486, ripeteva: «sono dei pre-embrioni, non sono degli esseri umani».

Ecco perché è fondamentale tenere sempre ben presente che il concepito è “uno di noi”, liberare la donna dai condizionamenti che la inducono all’aborto, far emergere la profonda alleanza tra la donna e la vita nascente. Si potrebbe cominciare a lavorare sul serio per rendere veritiere le disposizioni della legge (artt. 1, 2 e 5), fino a oggi ignorate, che manifestano una preferenza per soluzioni favorevoli all’accoglienza della vita nascente e quindi all’autentica tutela sociale della maternità durante la gravidanza.

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