Dl Rilancio: nelle paritarie si contagino pure, purché paghino

Indignate per la palese discriminazione sancita dal «decreto Rilancio», 50 associazioni no-profit chiedono riparazione immediata

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Piangiamo oggi la morte di due vittime eccellenti uccise dal CoViD-19, a cui lo Stato italiano non si degna nemmeno di rivolgere l’estremo saluto: la libertà di culto e la libertà di educazione. Visto che però i funerali si celebrano solo a numero chiuso, cinquanta strabordanti associazioni no-profit in rappresentanza di un virtuoso sommerso italiano che non ha affatto voglia di arrendersi alla cultura di morte hanno scelto un altro modo per socializzare il lutto: quello della denuncia pubblica nella forma di una lettera aperta ai parlamentari e alle forze politiche.

Il cosiddetto «decreto Rilancio» contiene infatti almeno tre gravi ingiustizie, dice il mondo del no-profit che ha a cuore la libertà della scuola, cui si può e quindi si deve porre rimedio in sede di conversione legislativa.

La prima sono le “misure” di natura sanitaria ideate per superare la pandemia in corso. Fra queste, le condizioni igieniche delle lezioni o il potenziamento della didattica a distanza, fattispecie per cui sono stati stanziati 10 milioni di euro, nonché le «misure di contenimento del rischio epidemiologico» (recita il decreto) «in relazione all’avvio dell’anno scolastico», fattispecie per cui è stato stanziato nientemeno che un miliardo di euro: solo però per le scuole statali, e questo in palese violazione degli artt. 32 e 33 della Costituzione italiana, che obbligano la repubblica a tutelare la salute di tutti, nonché ad assicurare alle scuole paritarie e ai loro alunni «trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali».

La seconda discriminazione, scrivono le no-profit, «si ricava dalla comparazione non soltanto fra il sistema scolastico statale e quello delle scuole paritarie, ma persino fra queste ultime e gli istituti di istruzione profit, che hanno la natura giuridica di imprese, e per questo sono stati già alleviati con le misure appositamente previste per i soggetti commerciali, quali per es. la trasformazione in credito d’imposta dei canoni per gli immobili usati per l’attività “industriale, commerciale o professionale” (art. 28), benefici che tuttavia non valgono per le rette versate per consentire l’esistenza stessa delle scuole paritarie».

La terza  è che i genitori degli alunni delle paritarie (che fanno risparmiare allo Stato per l’istruzione dei loro figli e che, pagando le tasse, sostengono anche la sanificazione delle scuole statali) non godono di alcuna agevolazione nonostante siano stati, come gli altri, colpiti dalla crisi economica indotta dalla pandemia. Infatti l’art. 233 del decreto «stanzia € 155,74 per ciascuno degli 866.805 alunni delle paritarie», cifra che però «[…] corrisponde a neanche metà della retta di un mese», laddove si riconosce comunque «[…] un bonus di € 500 per una vacanza (art. 176)» o, incredibile, «per un monopattino elettrico (art. 229)». Sì, avete letto bene. I genitori della scuola pubblica non statale sono cittadini di serie B, che sborsano di più per avere di meno. E soprattutto di serie B sono i loro figli, ai quali lo Stato nega la tutela della salute che invece garantisce agli alunni delle scuole statali, presentandone però lo stesso il conto a mamma e papà.

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