Asilo obbligatorio, la carica dei catto-statalisti

Per chiudere qualche buco di bilancio la scuola non statale si condanna all'estinzione

Photo by BBC Creative on Unsplash.com

Last updated on marzo 9th, 2020 at 03:33 am

Con la chiusura delle scuole, dovuta al timore del contagio da Covid-19, torna ad aprirsi uno spiraglio per la libertà d’educazione. Nelle famiglie consapevoli si potrà finalmente esercitare un po’ di controcultura per limitare almeno temporaneamente un’altra influenza nefasta, quella dovuta alla cosiddetta «educazione all’affettività» in un’«ottica di genere». E magari anche fare opera di demolizione delle teorie evoluzionistiche che imperversano nella scuola primaria. Intanto ci si prepari ad affrontare l’offensiva con la ripresa regolare delle lezioni. Anche preventivamente. Il pericolo è dietro l’angolo. 

Già di per sé l’obbligo scolastico presenta infatti un carattere coercitivo, perché si associa a programmi che puntano a imporre ai più piccoli una visione del mondo uniformante. Ma se è spacciato per il bene dei figli e della società intera, molti sono ben disposti a sottomettervi i figliuoli sin dalla prima infanzia.

Anzi, nel settore dell’educazione non statale, per non perdere l’occasione di aumentare fatturato e profitti, ci si adegua volentieri. Non si sa mai che magari, dopo averli lasciati intruppare per tre anni, poi i genitori più danarosi decidano d’iscrivere i propri figliuoli alla primaria paritaria nello stesso istituto. Tre anni di “scuola materna” dell’obbligo producono più di tanti Open Day.

Soprattutto se l’operazione è mascherata addirittura come “un diritto da garantire” che, a parere del viceministro dell’Istruzione Anna Ascani, diventa «il diritto dei bambini ad andare a scuola a 3 anni, a poter accedere a questo primo step della formazione», arrivando a sostenere che «migliora le loro future performance scolastiche», quando invece serve soltanto a sostituire all’educazione familiare lo Stato, onnipresente come il Grande Fratello orwelliano.

Intimoriti, si tiene la coda bassa. E si tende perfino a prestarsi come sostituto d’imposta, cioè di imposizione culturale. In alcune realtà cattoliche si prendono già iniziative autonome, come quella di allestire uno spettacolo «che diventerà stimolo per confrontarsi su temi quali la diversità, i popoli e l’intercultura». Siamo ormai al culto esotico dello straniero, con i protagonisti della rappresentazione presentati nella prospettiva del relativismo, in cui una civiltà vale l’altra, il mago cinese Ma-Ci-Nin, il cercatore scozzese di uova di drago Donald McRonald, il messicano Chiquito (il mago più piccolo del mondo) e il drago Geronimo si equivalgono e si recita con tanto di costumi arcobaleno, tanto per inchinarsi al politicamente corretto. L’indottrinamento diventa più facile quando è veicolato dalle emozioni.

È uno sforzo che nasce dall’idea che occorra combattere il razzismo fin dall’età prescolare, che all’interno delle famiglie non ci si renda conto del pregiudizio o forse lo si alimenti e che quindi occorra sottrarre la prole all’influsso nefasto della tradizione. Ci si prepara così, impercettibilmente, all’educazione al gender. Prima o poi, anche qualche benemerita istituzione di ispirazione religiosa cederà, piegandosi a chi la compra dopo aver capitolato dinanzi alle minacce. Finché non rimarrà che un pugno di liberali che, su questa battaglia, ritengono invece la libertà delle famiglie superiore al profitto fine a se stesso.

Certo, rimane sempre la spada di Damocle della vigilanza ideologica da parte degli organismi di controllo. Se le istituzioni vogliono colpire le scuole pubbliche non statali, basta che procedano a un’ispezione sulle procedure di sicurezza o che l’Asl predisponga una verifica attenta e prima o poi qualcosa di irregolare si trova, benché le scuole statali vadano a pezzi e nessuno vi sappia porre rimedio. Comunque, il rispetto delle normative che strangolano l’insegnamento nelle scuole libere non è una buona ragione per arruolarsi fra i catto-statalisti. 

Exit mobile version